I rappresentanti del Male. Pasolini e la "rivoluzione antropologica" degli italiani (2)
pubblicato da andonio83 @ 09:55 - sabato, 17 marzo 2007
Al giorno d'oggi, per quanto possa affascinare e far riflettere, la cupa visione della società moderna che traspare dai brani di Pasolini non può che apparire un po' datata. Difficile dire quanto in essa ci sia di vero e quali timori, invece, risultano adesso infondati o eccessivi. E soprattutto sarebbe miope e ingeneroso negare, della tanto demonizzata civiltà dei consumi, gli innumerevoli progressi che pure ha comportato: benessere diffuso, un sistema dell'informazione più ricco ed eterogeneo, la possibilità di acquistare, a prezzi relativamente bassi, prodotti di largo consumo che ci permettono di condividere qualcosa, finalmente, anche con chi proviene da aree geografiche diverse e lontane o magari, più semplicemente, da un'altra categoria sociale (anzi, l'impressione è che, da alcuni anni, siano state scompaginate anche le tradizionali classi sociali, e adesso le abitudini e le passioni del figlio di un avvocato, o di un medico, o di un dentista, non sono molto diverse dal figlio di un operaio o di un impiegato. Cambia la disponibilità economica, certo, ma questo è un altro discorso). Pensiamo ai campionati mondiali di calcio, diventati un rito collettivo prima grazie alla radio, poi grazie alla televisione: una festa che ha accomunato tutti con quel sentimento di fratellanza che solo lo sport, e il calcio in particolare, sanno regalare (curiosità: anche Pasolini amava il calcio; chissà se su quanto detto prima sarebbe d'accordo con me).

Le innumerevoli espressioni della civiltà dei consumi offrono l'opportunità di articolare, in maniera originale e personale, la propria identità, il proprio stile di vita, traendo spunto dalla miriade di input proposti incessantemente dalla televisione, dal cinema, dalla pubblicità, dalla stampa, adesso anche da internet; una serie di strumenti che, se usati in maniera accorta, aiutano a imparare sempre nuove cose, ad aggiornare le proprie abitudini, a stimolare il cuore e la mente. Dopo tutto, non sembra anche a voi che questa straordinaria ricchezza di linguaggi, di modelli culturali, di codici di comportamento, ci porti in una direzione completamente opposta rispetto all'omologazione e all'appiattimento brutali tanto paventati da Pasolini (e da parecchi altri)?

A parte questo, credo che ancora oggi sia parecchio suggestiva, quasi illuminante, la riflessione che l'intellettuale di origini friulane ci offre sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974, perpetrata da gruppi eversivi neofascisti, per così dire "coetanea" del referendum sul divorzio. Pasolini scrive testualmente: "L'omologazione culturale (...) riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. (...) La matrice che genera tutti gli italiani è oramai la stessa. Non c'è più dunque differenza apprezzabile - al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando - tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista". E' questa l'affermazione che desterà l'indignazione di molti, alle orecchie dei quali suonava come una bestemmia ritenere che i pochi giovani che si dichiaravano fascisti condividessero, con tutti gli altri della loro età (ragazzi di sinistra compresi), gli stessi valori, gli stessi atteggiamenti, gli stessi stili di vita (ragione per la quale mai avrebbero accettato di restaurare l'Italia povera e contadina del Fascismo, che neanche avevano conosciuto ma verso cui, in un disperato tentativo di dare un senso alla loro vita, sostenevano di provare nostalgia).

I giovani neofascisti, dunque, erano per Pasolini identici ai loro coetanei e provenivano dallo stesso conformismo, dalla stessa nevrosi: la nevrosi del consumismo, che umilia e ridicolizza chiunque non si adegui alla moda e ai codici di comportamento della massa, penalizzando chi non ha la disponibilità economica o semplicemente la voglia di conformarsi ai modelli martellati, con insistenza, dalle varie espressioni della civiltà dei consumi. E' una visione chiaramente apocalittica, quella che emerge da questi brani, capace però di cogliere nel segno (almeno in parte) e di comprendere l'alienazione e il disagio di chi, come i neofascisti che congegnavano ordigni e sequestravano persone, aveva smarrito ogni punto di riferimento e con disperazione si buttava a capofitto in una drammatica avventura "politica".

In questo gli estremisti neri non apparivano granché diversi dagli estremisti rossi, ma considerazioni del genere non potevano essere accettate in un'epoca segnata da contrapposizioni ideologiche feroci: più odiato del nemico era soltanto colui che, come in quel frangente Pasolini, metteva in difficoltà le identità individuali e di gruppo, arrivando a sostenere che l'avversario contro il quale ci si scagliava non era poi tanto diverso e, anzi, era mosso da motivazioni simili, da quella frustrazione e da quella nevrosi create dal consumismo e dall'esigenza di adeguarsi a tutti i costi agli stili di vita imperanti, esigenza che oggi come allora rischia di schiacciare chi per un motivo o per un altro ad adeguarsi non ce la fa; i giovani fascisti come i giovani comunisti come i giovani cattolici, tutti uguali al di là di un'ideologia di facciata che pareva scelta in modo quasi fortuito, casuale, e i cui valori rimanevano lettera morta.

Di qui lo sdegno e il furore di molti, tra cui Alberto Moravia, Maurizio Ferrara (importante senatore del Partito Comunista e padre di Giuliano), Giorgio Bocca, Italo Calvino, cui Pasolini risponderà con parole memorabili: "Caro Calvino, vorrei farti notare una cosa. Non da moralista, ma da analista. Nella tua affrettata risposta alle mie tesi, sul Messaggero (18 giugno 1974) ti è scappata una frase doppiamente infelice. Si tratta della frase: 'I giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non aver occasione di conoscerli'. Ma: 1) certamente non avrai mai tale occasione, anche perché se nello scompartimento di un treno, nella coda a un negozio, per strada, in un salotto, tu dovessi incontrare dei giovani fascisti, non li riconosceresti; 2) augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno - quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità - ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. E' un atroce forma di disperazione e di nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso".

Pubblicato sul Quotidiano di Caserta del 30 agosto 2006 a cura di Antonio Cilardo