in memoria delle prime tv private: truci, sgangherate, assurde, fantasiose
pubblicato da andonio83 @ 15:13 - domenica, 08 luglio 2007
Il mucchio selvaggio è un libro mastodontico, interminabile (oltre 300 pagine), interamente dedicato alla storia della televisione locale italiana e scritto, dai due celebri giornalisti Mediaset Giancarlo Dotto e Sandro Piccinini (anche loro passati attraverso il "mucchio selvaggio", che tra l'altro è pure il titolo di un celebre film di Sam Peckinpah), per ricordare la tragicomica e turbolenta epopea dell'emittenza libera, privata, commerciale. L'intento è di raccontare le gesta eroiche di personaggi talvolta creativi, talvolta geniali (nonostante la povertà di mezzi o forse proprio per quella, perché nella vita è importante saper cavare il sangue dalle rape), molto spesso truci, volgari, ignoranti, cafoni, spietati.

La carrellata di aneddoti e casi umani comincia, dopo la prefazione dell'immancabile Maurizio Costanzo e la dedica al compianto Enzo Tortora, con il racconto dell'accorato elogio funebre rivolto da Rete A, il 14 e 15 luglio 1986, al leggendario imprenditore Giorgio Aiazzone, mente e braccio dell'omonimo mobilificio di Biella, appena scomparso in un tragico incidente aereo. A ricordarlo commossi Wanna Marchi, la feroce e tenace imbonitrice da sempre alle prese con i guai giudiziari legati alle improbabili cure di bellezza che propagandava dal piccolo schermo, e il giorno successivo il più tenero e mellifluo Guido Angeli, storico testimonial del mobilificio, che ricorda il suo datore di lavoro con una struggente orazione funebre della durata record di 80 minuti, nel corso della quale le immagini di un'aquila che vola alta nel cielo anticipano quelle di una sedia mestamente vuota, irradiata da un misterioso fascio di luce proveniente dall'alto. Spettacolare e inquietante.

E' l'inizio della passerella, della rutilante sequenza di storie anche appena accennate, che spaziano dal telepredicatore che accetta paziente, in diretta, gli insulti che gli piovono addosso dal pubblico da casa, alla pletora di astrologi, cartomanti, fattucchiere e ciarlatani di ogni genere; dalle sit-com di stampo regionale, nelle quali è evidenziato lo squallore dei sobborghi e delle periferie, agli innumerevoli talk show politici o sportivi, che permettono a tifosi e giornalisti di offrire il peggio di sé.

In questo susseguirsi di pagliacci, saltimbanchi, nani, ballerine, impresari senza scrupoli pronti a tutto pur di fottere i telespettatori più sprovveduti, non mancano pagine interessanti e a loro modo romantiche, ricche di suggestioni nostalgiche, legate in particolare alla fase pioneristica dell'emittenti private e libere, quando il settore radiotelevisivo era ancora (per poco) gestito in monopolio dalla Rai e qualche sparuto temerario decise di sfidare i Governi dell'epoca, intrufolandosi tra le frequenze del primo e del secondo canale. Ciò che venne fuori, almeno agli inizi, erano immagini confuse, evanescenti, non di rado indecifrabili, quasi dei fantasmi, ma quel tanto bastava a stimolare la curiosità e l'entusiasmo di parecchi teleutenti, desiderosi di una televisione più libera, meno bacchettona, se necessario perfino più sguaiata rispetto a quella di Stato; una televisione che potessero finalmente sentire come propria, radicata nella comunità territoriale. Di qui il successo delle prime, scalcinate tv locali, che in certi casi (penso alla pugliese TeleNorba o alla lombarda Antenna 3) perseguivano obiettivi ambiziosi e spesso ospitavano personaggi noti al pubblico nazionale (tra gli altri Gianni Brera, Walter Chiari, Enzo Tortora, Mike Bongiorno), i quali non ne potevano più delle regole rigide e obsolete di una mamma Rai decisamente non al passo coi tempi.

Chi furono, dunque, i primi a spezzare il monopolio? I libri di storia, di solito, attribuiscono il primato a Peppo Sacchi, ex regista Rai in pensione e fondatore, nel 1972, di TeleBiella; ma già qualche anno prima, nel 1966, era stato il vulcanico ingegnere di origini irpine Pietrangelo Gregorio, poi creatore di Napoli Canale 21, a mettere a punto un sistema via cavo per diffondere, nei negozi e nei locali di un quartiere della città partenopea, una prima, sperimentale programmazione a base di rudimentali messaggi promozionali e semplici notiziari. De Gregorio, tra l'altro, fu il primo in Italia a trasmettere a colori, con quasi dieci anni di anticipo rispetto alla Rai. Nei primi anni '70, quindi, i pirati dell'etere dichiararono guerra al monopolio pubblico radiotelevisivo e, a sorpresa, la vinsero con i due, storici pronunciamenti in materia della Corte Costituzionale: la prima sentenza, nel 1974, stabilì la possibilità, da parte di privati cittadini, di irradiare il proprio segnale via cavo, cioè non nell'etere ma utilizzando un sistema di collegamenti tra edifici, molto costoso e proibitivo da installare. Dopo due anni, un'altra sentenza della Consulta sancì il diritto a utilizzare l'etere come legittimo mezzo di espressione del pensiero, secondo l'articolo 21 della Carta Costituzionale. Fu il via libera al fiorire di centinaia di emittenti televisive e migliaia di stazioni radiofoniche, spesso neanche regionali ma provinciali, cittadine, se non addirittura di quartiere (o di condominio?).

Non a caso quel concitato e breve periodo della nostra storia è ricordato come la stagione dei "Cento Fiori" (in riferimento, però, anche e soprattutto al medium radiofonico). In quegli anni se ne videro e se ne sentirono delle belle. Troppo democratico per essere vero, almeno per l'epoca (internet era di là da venire), e infatti non durò a lungo: la Tv libera e pirata degli anni '70 diverrà, nel decennio successivo, la Tv commerciale delle grandi emittenti nazionali, e dovrà inevitabilmente adeguarsi a logiche commerciali e di profitto. Il panorama radiotelevisivo di casa nostra registrerà, su scala nazionale, l'emergere di un numero ristretto di grandi network radiofonici e di un duopolio televisivo destinato a rimanere bloccato per diversi anni. Ma questa è già un'altra storia.

Pubblicato sul Quotidiano di Caserta del 29 novembre 2006 a cura di Antonio Cilardo