Comunicazione politica e media di massa: non è ancora finita l'era della telecrazia (3)
pubblicato da andonio83 @ 13:16 - domenica, 13 aprile 2008
E' sul palcoscenico della società mediatizzata, caotico e mutevole, che Berlusconi ha conosciuto un successo duraturo: da 14 anni il suo movimento, battezzato Forza Italia nell’anno dei mondiali americani e ritenuto da molti un effimero partito di plastica, non mai è sceso sotto il 20% alle politiche o alle europee, diventando stabilmente il principale partito italiano. Altro discorso alle amministrative, dove il movimento di Sua Emittenza ha incassato numerose sconfitte dovute in parte a una ramificazione nel territorio non paragonabile a quella dei partiti tradizionali, sebbene abbia registrato un’evoluzione nel corso del tempo.

Per il fondatore di Forza Italia questo palcoscenico si è rivelato l’ideale non soltanto perché ne controlla una porzione consistente (le tre principali televisioni commerciali, alcuni autorevoli quotidiani come il Giornale e il Foglio e diversi rotocalchi popolari che si rivolgono a quel “pubblico da soap opera” spesso indicato, in maniera un po’ riduttiva, come il suo bacino di voti per eccellenza), ma anche perché sa recitarvi con abilità, suscitando entusiasmo e catalizzando l’attenzione di un pubblico vasto, che presumibilmente comprende tantissimi di quegli indecisi e non schierati che si interessano alla politica solo in prossimità delle elezioni.

L’abilità di Berlusconi non va data per scontata: non è detto che un imprenditore vincente nel settore dei media lo sia anche quando scende direttamente in campo, mostrandosi alla sconfinata platea del suo impero mediatico. E’ un’abilità che è dannoso sottovalutare innanzitutto per i suoi avversari.

La predominanza del palcoscenico televisivo, e del populismo che gli è congeniale, non è un fenomeno unicamente italiano; sebbene nel nostro paese, con Berlusconi, abbia assunto tratti particolari. Alcuni ne sono entusiasti, altri ne parlano con sincera preoccupazione. Ci sono ottime ragioni per ritenere che di sicuro, anche se l’Uomo di Arcore non fosse sceso in campo, la politica italiana si sarebbe personalizzata e mediatizzata comunque, in linea con gli sviluppi registrati in tutto l’Occidente. Queste trasformazioni, anzi, avevano iniziato a manifestarsi nel nostro paese prima del fatidico ’94: per esempio col lungo governo di Bettino Craxi, che accentuò la figura del Presidente del Consiglio (all’epoca non ancora chiamato premier) e con la stagione dei sindaci del ’93.

Il 1993 fu uno spartiacque anche per la comunicazione politica. Quell’anno, per la prima volta, sindaci come Bassolino, Orlando, Rutelli, Cacciari, Formentini vennero eletti direttamente dai cittadini, al termine di campagne elettorali in cui, spesso e volentieri, l’identità e l’ideologia di partito finivano accantonate a favore dell’immagine, del carisma, delle proposte concrete del candidato in carne ed ossa (era il periodo di Tangentopoli e il termine partito sembrava una parolaccia). Quei sindaci provenivano in buona misura dallo schieramento progressista che l’anno dopo avrebbe fronteggiato Berlusconi, a dimostrazione che la personalizzazione riguarda l’intero arco politico: chi non si è adeguato è scomparso, forse perché incapace di aggiornare il “politichese” della Prima Repubblica, ambiguo e (volutamente?) incomprensibile.

Nel 2001 la coalizione di centrosinistra, indietro nei sondaggi, non candidò il Presidente del Consiglio uscente (Giuliano Amato, stimato socialista di lungo corso) ma il sindaco di Roma Francesco Rutelli, personaggio brillante e giovanile, un passato nei Radicali e nei Verdi prima di divenire leader della Margherita, composito partito centrista. La scelta cadde sul “bel guaglione” (la definizione è di Prodi), meno esperto ma dotato di maggiore appeal mediatico specialmente agli occhi dell’elettorato moderato che, a detta di molti, costituisce l’ago della bilancia della competizione elettorale.

Infine una rassicurazione per chi guarda con preoccupazione al presunto strapotere della televisione: la tv è importante ma non è l’unico posto in cui si formano le nostre opinioni. Attribuiamo più importanza a ciò che sentiamo alla tv o a ciò di cui si parla in famiglia, in piazza, al bar, sul luogo di lavoro, all’università, a scuola, in Chiesa, nella sede del sindacato o del partito? La centralità dei mass media non deve farci dimenticare che esistono altre istituzioni, altre agenzie di socializzazione che, per quanto in crisi, svolgono ancora un ruolo di primo piano nella costruzione delle identità individuali e collettive e, dunque, nella formazione dell’opinione pubblica.